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Tu sei il mio respiro

Tra i primi a comprendere che la salvaguardia dell’Amazzonia fosse un dovere di tutti c’è stato Chico Mendes, un sindacalista il cui impegno contro il disboscamento gli è costato la vita.

“All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità”, diceva prima del suo omicidio nel 1988.

La lungimiranza della sua visione politica rimane incredibilmente attuale, soprattutto alla luce dei terribili incendi che stanno devastando il polmone verde del mondo, con il rischio concreto di distruggere per sempre un ecosistema di biodiversità senza eguali.

Dietro al disboscamento selvaggio di quel paradiso straordinario, che l’antropologo Claude Lévi-Strauss ebbe a definire “un universo monumentale”, agisce la lobby dell’agrobusiness che risponde unicamente ai suoi enormi interessi economici, favoriti dalle politiche neoliberiste del presidente brasiliano Bolsonaro che ad aprile si autodefinì, con inquietante compiacimento, “capitan motosega”.

Parallelamente all’arida volontà di business persistono però anche motivazioni legate all’ideologia razzista del presidente brasiliano, che ha espresso in più occasioni il proprio disprezzo verso le tribù native, rimaste ad oggi l’unico argine a chi vorrebbe distruggere l’Amazzonia per fare affari.

Gli agricoltori brasiliani, e in particolare i grandi latifondisti, sono stati motivati dalle sconsiderate politiche ambientali ad innescare incendi per radere al suolo la foresta pluviale e garantirsi così nuove terre da coltivare e destinare ai pascoli.

La pratica si ripete ogni anno durante la stagione secca che va da giugno a novembre, ma come testimoniano le drammatiche immagini trasmesse dai satelliti siamo chiamati a fronteggiare un’emergenza di proporzioni globali.

Globale è stata anche l’entità dell’indignazione, cominciata con i presidi del movimento Fridays for future davanti ai consolati brasiliani e proseguita a Biarritz in occasione del G7, dove i Paesi membri radunatisi hanno stanziato 17,9 milioni di euro per il Brasile e altri due Stati sudamericani colpiti dagli incendi in Amazzonia.

Il finanziamento è stato respinto, e mentre Bolsonaro attaccava Macron su Twitter accusandolo di trattare il Brasile al pari di una colonia, il capo del suo staff Onyx Lorenzoni ha dichiarato che “apprezziamo, ma forse queste risorse sono più utili per il rimboschimento dell’Europa”.

L’Istituto nazionale di ricerche spaziali brasiliano, l’Inpe, ha evidenziato nei suoi dati un aumento di incendi nel Paese superiore all’80% rispetto all’anno precedente, e secondo le informazioni rese pubbliche dalla Nasa, raccolte dal progetto Global fire atlas, i fuochi divampati superano le cifre dei tre anni precedenti.

Ma, come racconta a Left Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais, “anche l restante 30% degli incendi in Brasile, quelli innescati nel bioma Cerrado, la savana tropicale, sono gravissimi, perché colpiscono un’area ad altissima biodiversità, di straordinaria importanza ecologica”.

“Un altro indicatore da tenere in considerazione – prosegue Castelfranchi – sono le emissioni di Co2, anche quelle in spaventoso aumento”.

Lo confermano soprattutto i dati allarmanti del programma UE di monitoraggio ambientale Copernicus: il volume di anidride carbonica sprigionato nell’atmosfera negli Stati brasiliani del bacino amazzonico è il più alto dal 2010, e siamo solo ad agosto.

All’origine degli incendi che oggi sconvolgono il mondo, tuttavia, c’è un preciso lavoro che richiede mesi e mesi di preparazione.

Perché “per dare fuoco alla foresta in una zona con un tasso di umidità così alto – conclude Castelfranchi – è necessario prima abbatterla, poi lasciare che il sole secchi le foglie e i tronchi disposti a terra, un processo che può durare settimane o mesi”.

Mentre l’Amazzonia brucia e va rapidamente in fumo, gli indigeni hanno dato vita ad un’opposizione compatta contro le politiche distruttive di Bolsonaro.

Marciano in difesa dell’ambiente e le mobilitazioni si moltiplicano in tutte le principali città del Paese, sperando di poter limitare i danni di questa ferita all’ecosistema mondiale, prima che locale, che in fondo ci riguarda tutti.

Questa e molte altre storie sono disponibili su Left, settimanale diretto da Simona Maggiorelli in edicola dal 30 agosto al 5 settembre con il titolo di copertina “Tu sei il mio respiro”.

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