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Riprendiamoci le città

Quello dei Friday for future non è solamente un movimento generazionale, contrariamente alla convinzione generale rafforzata da media e scettici.

Lo dimostra la seconda assemblea nazionale tenutasi a Castel dell’Ovo, Napoli, dove giovani e meno giovani si sono riuniti per riflettere e discutere su alcuni temi caldi strettamente connessi con i destini futuri del pianeta.

La gentrificazione, la vivibilità delle città, i trasporti e la connessione tra centro e periferia sono alcuni dei problemi emersi durante l’incontro.

Quello di Friday for future (FFF) emerge sempre più come un manifesto programmatico di tipo politico, dove la giustizia climatica diventa giustizia sociale e si cominciano ad intravedere spunti molto interessanti per il futuro, a partire dalle emergenze abitative.

Una situazione estremamente critica, confermata anche dal Tribunale internazionale sugli sfratti (attivato dall’Alleanza internazionale degli abitanti) che si è espressa così in vista della sessione incentrata sui cambiamenti climatici a Santiago del Cile a inizio dicembre: «Miliardi di persone in tutto il mondo vivono in condizioni precarie, in aree ad alto rischio, sui pendii, lungo gli argini di fiumi o sulle coste, nel settore informale, costretti a resistere e a organizzarsi autonomamente o a migrare. Gli sfratti forzosi minacciano tra 50 e i 70 milioni di persone in tutto il mondo».

Numeri impressionanti le cui cause sono da ricercarsi anche nell’eccesso di turismo, che ha innescato in moltissime città del mondo dei meccanismi che hanno fatto impennare le violazioni dei diritti umani e la concezione di città come merci e abitanti come comparse.

Ma come rispondere ai bisogni sociali, su tutti il diritto ad abitare, senza intaccare ulteriormente risolse naturali e territoriali già sufficientemente compromesse?

Secondo Cristiano Armati del movimento per la casa, interpellato da Left, «l’ambientalismo senza occupazioni abitative è giardinaggio».

Il ruolo del movimento è così importante («una spina dorsale del corteo» contro le grandi opere e l’inquinamento) da aver reso necessaria un’evoluzione semantica: chi lotta per la casa ha deciso di chiamarsi “Movimento per il diritto ad abitare”, concretizzando un processo partito già alla fine degli anni ’90.

Ricorda Armati che «l’occupazione abitativa impedisce il consumo di suolo», e in capitali come Roma ha dato vita a modelli diversi di concepire la città.

«Nelle case occupate – prosegue – la coscienza politica e la scarsità fanno aguzzare l’ingegno, allora ci si inventa l’installazione di vasche di plastica per riscaldare l’acqua, oppure si adopera uno scaldabagno per tre famiglie».

Le occupazioni abitative e tutte le esperienze di riappropriazione, però, sono tuttora vissute come un pericolo da parte delle istituzioni.

Eppure siamo di fronte al «secondo ciclo immobiliare più lungo della storia del dopoguerra», come lo ha definito Mauro Baioni, urbanista dell’Università di Roma Tre, che ha denunciato uno stato di emergenza permanente.

Stando ai dati dell’Agenzia del territorio relativi al 2010, ad ogni 100 famiglie corrispondono 127 abitazioni nel Nord, 129 al Centro e 141 al Sud.

Le case vuote, le seconde case, gli alloggi in affitto per fuorisede o patrimonio invenduto sono 7 milioni, a fronte di oltre 60mila sfratti all’anno.

Tra le sfide più urgenti c’è la riqualificazione del patrimonio edilizio nelle periferie, così da far vivere meglio i loro abitanti e consentirgli di spendere meno ricorrendo a case con maggiore efficienza energetica.

La nuova campagna itinerante di Legambiente nei condomini di edilizia sociale serve proprio a sensibilizzare quanti più cittadini possibili su questo tema, mentre l’azione politica sembra del tutto assente.

Questo e molto altro su Left, in edicola da venerdì 1 fino a giovedì 7 novembre con il titolo di copertina “Riprendiamoci le città”.

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