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Noi siamo la speranza

Gli attacchi criminali rivolti ai curdi, in atto ormai da molti anni, non sono una novità.

Ad essere inedita e preoccupante, semmai, è la cinica ritirata delle forze armate americane voluta da Trump, abbandonando di fatto il popolo curdo all’offensiva turca in territorio siriano.

L’azione di Erdogan non si è fatta attendere.

Dietro nomi ipocriti come “Sorgente di pace” o “Ramoscello di ulivo”, già usati nel 2018 per coprire il massacro etnico ad Afrin, si nasconde la volontà implicita di perseguire lo stesso schema di sempre: cancellare nel sangue innocente la lotta del popolo curdo in nome di principi universali come la democrazia, la libertà, la laicità e l’emancipazione delle donne.

Un vento di progresso intollerabile per un nazionalista integralista come il premier turco, che in queste ore sta lanciando raid volti a colpire civili, carovane di sfollati, città e comunità che dal 2011 hanno combattuto sconfiggendo lo Stato Islamico riuscendo persino, tra mille difficoltà ma con un morale sempre altissimo, a costruire un nuovo modello di società governato dal federalismo democratico come sistema politico.

Non è un caso che tra le vittime innocenti degli attacchi turchi ci sia Hevrin Khalaf, la segretaria del partito Future Syria e attivista dei diritti delle donne, giustiziata alla periferia di Tal Abyad da un gruppo di uomini armati in quanto colpevole di aver portato avanti una battaglia politica senza pari nel mondo contemporaneo che ora è in serio pericolo.

Gli aerei militari turchi bombardano in maniera indiscriminata mentre da terra avanzano migliaia di miliziani islamisti, molti dei quali reclutati tra gli oppositori del governo Assad.

«Questa mobilitazione delle persone, con i civili che proteggono case e comunità, non differenziandosi dai militari, è anche il motivo per cui ci sarà un massacro, se questa guerra non si ferma», spiega a Left Cecilia, una giovane volontaria nel Rojava per coordinare le attività di ricostruzione del sistema sanitario.

Il rischio concreto è che tutti i passi in avanti compiuti negli ultimi anni, sotto molteplici fronti, vengano letteralmente spazzati via in una manciata di settimane.

Il tutto sotto lo sguardo indifferente o intimidito delle potenze occidentali, preoccupate esclusivamente per le conseguenze dirette che l’Europa potrebbe subire internamente ai propri confini.

Ad esempio un’ondata di migranti che potrebbero raggiungere l’Europa, ma soprattutto l’inquietudine legata al terrorismo islamico dell’Isis.

Secondo le ultime informazioni sono almeno 800 i miliziani dell’Isis e i loro familiari evasi dal campo di Ain Issa, dove erano reclusi, in seguito ai bombardamenti turchi.

Una situazione analoga è quella che affligge il campo di Al-Hol, dove tra miliziani e familiari il numero supera le 14mila unità: al suo interno sono scoppiate rivolte interne, tra tende bruciate, violenza ed un rischio di fuga elevatissimo.

Alcuni Paesi europei – tra cui Francia, Germania, Olanda e Finlandia – hanno deciso di sospendere la vendita di armi ad Ankara, sebbene le alleanze all’interno della Nato.

Il caso italiano è ancora più particolare.

Stando alla “Relazione europea sull’export di armamenti pubblici” pubblicata dalla UE a fine 2018, nel 2017 ci sono stati ricavi pari a 266,1 milioni di euro per licenze emesse ed esportazioni di pistole, munizioni, bombe e missili, navi da guerra, aerei e droni.

I dati dello scorso anno li fornisce Rete disarmo, evidenziando come la Turchia sia stato il terzo Paese importatore di armamenti italiani, con 362 milioni di autorizzazioni concesse alle quali vanno aggiunte le armi effettivamente esportate e la coproduzione di elicotteri A129 Mangusta per un valore complessivo di oltre un miliardo di euro.

Questo e molto altro su Left, in edicola dal 18 fino a giovedì 24 ottobre con il titolo di copertina “Noi siamo la speranza”.

 

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