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Libertà sotto controllo

Alla guerra ai curdi nel Rojava se ne è aggiunta una seconda, parallela, che ha coinvolto il re dei social network.

Pochi giorni fa, in una manciata di ore, sono stati rimossi da Facebook centinaia di contenuti e decine tra pagine e profili che pubblicavano post di sostegno alla causa curda.

La polemica ha subito attraversato tutto il mondo e l’Italia in modo particolare, dove l’atto di censura contestato a Mark Zuckerberg ha letteralmente travolto associazioni come Milano in movimento, centri sociali come il Cantiere di Milano, testate online come DinamoPress e numerose altre realtà che sulle loro pagine avevano pubblicato articoli sul Rojava o messaggi di sostegno alla causa curda.

Ma per decifrare la vicenda occorrono diversi letture, tutte quante intrecciate a tematiche fondamentali come la libertà d’espressione e la percezione che abbiamo sul ruolo dei social network.

Al di là dei singoli casi di censura, la situazione è decisamente più grave e intricata.

Negli Stati Uniti il colosso è al centro di un fuoco incrociato.

L’avvicinarsi delle primarie per la presidenza Usa ha riportato a galla lo scandalo Cambridge analytica, ma pesantissimi attacchi a Facebook stanno arrivando anche da perimetri insospettabili, ad esempio quello dell’area liberal del Partito democratico Usa.

Qualcuno sostiene addirittura che Mark Zuckerberg si stia ricollocando a livello politico, abbracciando la causa repubblicana, adducendo come prova le cene in cui il fondatore del social network avrebbe incontrato importanti esponenti del partito conservatore e diversi opinionisti di Fox News, organo di stampa tradizionalmente schierato a destra.

Il tema del controllo dei contenuti rimane tuttavia il vero argomento caldo, nonostante i tentativi di mettere in piedi un sistema basato su un approccio puramente tecnocratico nella valutazione dei contenuti, e dove la discrezionalità di scelta sarebbe dovuta essere ridotta al minimo.

Facebook si è affidato a strumenti tecnici come gli algoritmi di intelligenza artificiale e ai ben noti “standard della comunità”, una raccolta di regole che spiegano cosa è ammesso e cosa non lo è in modo estremamente schematico.

Così schematico da rendere spesso difficile capire dove finisce la violazione agli standard della comunità e dove inizia un atto di censura del tutto arbitraria.

Mentre nel caso della chiusura di pagine di gruppi neofascisti (come CasaPound, Forza Nuova e Vox Italia) la violazione contestata rientra perfettamente sotto il capitolo 3 del regolamento di Facebook, nel quale ci si riferisce a «contenuti deplorevoli» e «incitamento all’odio», gli utenti bloccati per il loro sostegno alla causa curda hanno ricevuto dal colosso un avviso differente: quello di aver postato contenuti che «esprimono supporto o elogio di gruppi, leader o individui» coinvolti in azioni di terrorismo o violenza.

Negli ultimi anni, mentre Facebook entrava in modo sempre più preponderante nelle nostre esistenze, è stato facile dimenticare che il social network creato da Zuckerberg non è affatto una piattaforma di informazione né uno spazio pubblico liberale e democratico.

Al contrario, è un’impresa commerciale pensato per sfruttare i contenuti pubblicati degli utenti al fine di vendere inserzioni pubblicitarie.

Va da sé che l’obiettivo finale con il quale si muove sia la massimizzazione dei profitti; e appare altrettanto evidente che, essendo la Turchia di Erdogan il nono Paese al mondo per utenti registrati su Facebook (44 milioni di persone), l’aspetto economico prevale su quello della libertà.

Secondo la senatrice Elizabeth Warren, candidata alle primarie democratiche, il monopolio di giganti come Facebook «minaccia la libertà d’espressione».

Finché la libertà di parola si scontrerà contro il potere dei dollari, a vincere saranno sempre questi ultimi.

Questo e molto altro su Left, in edicola da oggi 25 ottobre fino a giovedì 31 ottobre con il titolo “Libertà sotto controllo”.

L’illustrazione in copertina è stata realizzata da Fabio Magnasciutti.

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