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Il rosso non è il nero

L’Unione Europea, appena un anno fa, ha messo al bando tutte le formazioni neofasciste.

Il 19 settembre, con un testo dal sapore revisionista, la stessa UE ha varato una risoluzione sulla memoria europea che equipara nazismo e comunismo al fine di condannare ogni forma di totalitarismo.

Sono in molti ad essere insorti per questa parificazione ingiusta e profondamente sbagliata: parafrasando lo scrittore Primo Levi, che ha vissuto la tremenda esperienza di Auschwitz in prima persona, non si può pensare al nazismo senza lager, mentre è possibile realizzare un socialismo senza gulag.

Molti storici, molte persone di cultura, molte associazioni partigiane e democratiche sono intervenute per contestare questa ricostruzione, che a loro dire altera la lettura della Storia.

Una storia che puntualmente viene rimessa in discussione, a cicli regolari, fin dagli anni Ottanta.

All’epoca l’opinione pubblica si divise tra revisionisti e anti-revisionisti, soprattutto in Germania quando scoppiò l’Historikerstreit, “il dibattito sulla storia” che spaccò in due media e popolazione.

Sul fronte conservatore i revisionisti, che propugnavano una narrazione del nazismo diversa da quella reale e interpretata come «risposta alla paura del comunismo»; sul fronte contrapposto, quello progressista, la rivendicazione della mostruosa unicità del genocidio nazista da parte degli anti-revisionisti.

Ernst Nolte, uno dei massimi rappresentanti degli intellettuali conservatori di destra, invitava a fare «basta con questa storia dei tedeschi cattivi: mettiamoci una pietra sopra e voltiamo pagina, in fondo anche i russi hanno commesso dei crimini, anzi loro li hanno fatti prima di noi!».

Era il 1986, e con il Muro di Berlino non ancora crollato e una nazione divisa in due l’obiettivo risultava chiaro: restituire alla Germania dell’Ovest una memoria storica di cui non doversi più vergognare, dipingendo l’altra metà adiacente, quella dell’Est governata dall’Urss, come altrettanto violenta e repressiva.

Oggi, a trentatré anni di distanza, le parole degli storici revisionisti di destra sono condivise dalla maggioranza del Parlamento Europeo, privo di una vera sinistra capace di capire cos’abbia veramente rappresentato il nazismo per il Novecento.

La differenza con il comunismo è prima di tutto nelle premesse: fin dalle sue origini, espresse nel Mein kampf di Adolf Hitler, il nazismo ha teorizzato la sparizione di ebrei, slavi, zingari e di tutti coloro percepiti come un ostacolo alla costituzione del Lebensraum, lo spazio vitale tedesco.

Si radicava inoltre la folle teoria riguardante i tedeschi ariani, ritenuti diversi (leggasi: superiori) da un punto di vista biologico e razziale rispetto a tutte le altre popolazioni, con la infame conseguenza dei lager tedeschi – prima costruiti come campi di lavoro e poi di sterminio.

Tutte caratteristiche che hanno fatto del nazismo un unicum assoluto nella storia dell’uomo, dando il via allo sterminio di oltre sei milioni di persone.

Discorso diverso per il comunismo, che si origina sugli scritti del filosofo Karl Marx.

Il comunismo viene presentato fin da subito come una fase finale dell’esperienza economico-sociale dell’essere umano, dove differenze e proprietà privata vengono abolite e si lotta per l’uguaglianza tra i popoli.

Persino il paragone tra campi di sterminio nazisti e gulag staliniani è più che mai improprio.

In questi ultimi, campi di lavoro rieducativi, la morte era quasi certa, ma non sono mai stati pensanti appositamente per l’eliminazione fisica di milioni e milioni di esseri umani.

Perdere di vista queste differenze sostanziali significa non aver compreso né l’essenza dichiaratamente omicida del nazismo né il valore dei messaggi di liberazione ed emancipazione che il comunismo a saputo produrre.

Manipolare la storia è sempre un’operazione pericolosa. Come scriveva Primo Levi nel suo capolavoro “Se questo è un uomo”, «conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate».

Questo e molto altro su Left, il settimanale diretto da Simona Maggiorelli, in edicola dal venerdì 4 a giovedì 10 ottobre con il titolo di copertina “Il rosso non è il nero”.

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